Li ho trovati, questi testi, tra pagine scritte qualche anno fa. Mi hanno consegnato un vissuto che avrei anche lasciato andare. Non si è mai uguali neanche da un momento all’altro. Allo stesso tempo – tanto per non trovare nessuna definita situazione – si sente che tutto risiede in noi. Una parte, di cui più non ci accorgiamo o non ricordiamo, si risveglia, e ridestandosi scaturisce un ritorno. Una immutabilità. Il ritorno a qualcosa che non cambia del tutto. Forse la nostra essenza si esprime aprendosi diversi rigagnoli. È ambiguo il parlare in versi. E per fortuna, ma l’ambiguità almeno tiene le sorti slegate da un unico epilogo; sospende il fiato in una ricerca di conoscenza. Sono diversi i modi di sfiorare la conoscenza e diverse le sue forme. Cercarla è la forma che le dà sostanza.
Forme di conoscenza
a)
Vicino un fiore
la testa inizia
a girare
per l’universo
che vi è concentrato
b)
Come ci si addentra nella conoscenza
in un momento di inaspettato abbandono
con occhi liquidi
adagio o fulminei
ci si trova da un’altra parte
siamo andanti ancora con quelle mani
piene di escoriazioni
di pelle dura
dolori che non si fermano
Come ogni umano vuole dimenticare
quello che per natura non può essere dimenticato
strapparsi il vello connesso nei bulbi che lo nutrono
farsi male per sentirsi vivi
intendere il mare per essere immersi
non pensare a quel terribile
di cui continuamente ne abbiamo sentore e certezza
che con mostruosa viltà causa violenti tremiti
negli esseri chiamati folli
lascia insonni altri esseri che non trovano
i sogni in quelle notti e si alzano estranei
senza capire più chi siano
Dopo tornano nel loro giaciglio
perché vorrebbero dormire
dispensare quei pensieri
di esistere permettersi una fuga
sia pure nell’incubo
allontanarsi da una oppressione
sia pure per trovarne un’altra
La conoscenza noi cercammo
lei si rivelava senza mai preannuncio
con i sigilli dischiusi
l’andatura diversa e pur vicina
alla bestia a chi possiede
zampe e spaventoso fiuto
per cogliere ancora prima
di una oscillazione cerebrale.
Allora sapevamo che ci avrebbe preceduto
chi giunto nel suo crocicchio
avrebbe dovuto scegliere
se un tale atto
procurava uno strazio così
insopportabile
come si poteva fare
Avevamo aperto uno fra i cancelli
e senza nessuna chiave proseguivamo.
c)
Se c’è un punto chiamato fine
indicamelo
che io possa buttarmici
col mio sangue che mai si rapprende
In quel punto
osannare di averlo
vissuto tutto il dolore che provo
Al mio dolore ho aggiunto dolori
nuovi di altre genti
lacrime che non conoscevo
ho serrato i denti perché
voglio vivere e voglio morire
li ho ingurgitati i consigli
ma nessuno è veramente mio
sprofondo e mi imbatterò
ancora in questa parete
in queste mura che mi resistono
che oggi ho pensato di sfondare
non tanto con la violenza
di chi soffre quanto con la ricerca
ossessiva dell’impossibile
Quel confine è solo materia
posso passare
dall’altra parte
continuo perché è così che deve essere
che io sento di mostrarmi attraversarmi superarmi
nessun giudizio mi potrà
scuotere ora che vi è una corrispondenza
ho rotto il vetro e in questa
trasparenza mi spoglio
di qualche convenzione
Una intoccabile luce rende inutili
ulteriori comunicazioni
d)
I ricordi ledono socchiudono palpebre
balbettano il vissuto con ricognizione
circospezione per fare oggi un’opera
diversa di ieri
Legami perenni i ricordi
nell’oblio sotto arabeschi
madreperle e unto delirio
ci galleggiano sopra.
frelen
