Ventinovesima pagina Apparato nervoso convulso

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Quando si nasce ricordandosi di avere sentito per prima cosa i nervi generare corrente elettrica. Scosse. Difficoltà a stare fermi. Incapacità di controllo. Si cresce con la preoccupazione di doverli placare un po’ questi nervi. Forse avere spazio è davvero importante per potersi calmare e non bruciarsi. La pluralità dentro di sé fa sentire come sia poco facile trovare un equilibrio per non lasciarsi tirare da tante parti piuttosto contrastanti le une dalle altre. Il teatro, pensare al teatro rendeva semplice l’attuazione delle plurime parti del sé. Forse si è abitate/i e non siamo che maschere…

 

À côté de l’école

Lei tanto agitata. Lei dall’apparato nervoso convulso. Lei che durante la vita ha dovuto darsi una calmata continua ogni istante. Lei che sentiva i pensieri di altre persone. Lei amava il teatro.
Lei odiava il teatro. Questa apparente contraddizione bilanciava un sentimento. Nutrire un sentimento avviene dopo una nascita. Ma anche la nascita prima di essere tale è nutrimento.
Non portava sapienza uguale a saggezza perché non le piaceva pensare di sapere. Semplicemente indagava. Qualche volta avveniva un ritorno, una palla che rimbalza verso colei che l’aveva lanciata. Una luce rara di cometa nello spazio.

Il teatro è uno spazio. Lo spazio che nell’infanzia le fu precluso.
Per espandersi serve spazio: o come le piante, con strategie sempre innovative, ci si aggroviglia sul sé. In questa maniera si crescerà abbattendo la verticale. L’altezza non sarà la direzione che possa essere intrapresa. Dobbiamo piegarci e ripiegarci per continuare la nostra crescita. Magari riusciremo a bucare la parete che costituisce l’impedimento e lotteremo per farlo.
Lei, nel corso degli anni, aveva vissuto nel mondo come su un palcoscenico. Per un periodo non era riuscita neanche a muovere le corde vocali per pronunciare la parola teatro. Le arrivava immediata quella fitta al petto, e il cuore – così lei sentiva – per un istante si fermava.
L’intera sua scrittura – in sintesi – si rivolgeva a trascrivere quella cesura. L’istante.
Chilometri di scrittura per una parte infinitesimale di tempo. E se non si trattasse di tempo? come lo si potrebbe nominare? Una congiunzione perfetta tra tutto un mondo interiore e l’impossibilità di esprimerlo. Comprese di avere un po’ troppe persone dentro, ma la casa era ampia e poterono starcene parecchie. Il palcoscenico era spesso da sistemare. Necessitava di qualche scenario e oggetto: e Lei prese a cercare tra i rifiuti. Divenne – la zona rifiuti – il suo luogo preferito dove recarsi. Anche Lei era un rifiuto. Tale si era sempre sentita nel primo periodo della vita e per buona parte della adolescenza. Si sentiva giocosa a ritrovare vecchi stracci, cenci senza proprietà, oggetti strani di un altro tempo e tutto a portata dei suoi occhi e delle sue mani. Le chiedevano, poi, dove avesse trovato quelle cose tanto strabilianti. Lei rispondeva: nella spazzatura, oppure nel bidone delle immondizie, e abitando a Bologna imparò a dire le ho trovate nel rusco…
Le servivano per il teatro in cui viveva giorno per giorno, per le scene e i fondali su cui ambientare
lo spettacolo. Per cinque anni, durante le prime classi elementari, era convinta di tenere quotidiane lezioni con alunne e alunni che la facevano anche gridare. Le lezioni si svolgevano a casa sua per alcune ore: dal primo pomeriggio a sera, prima di cenare nell’altra stanza. Ma il luogo si trasformava in teatro; la casa – o meglio quella stanzetta – era ora irriconoscibile. Leggeva testi a voce alta e raccontava il proprio pensiero riflettendo che non era mai sicuro e risolto. Lasciava spazio e poi riprendeva la situazione quando si accorgeva che in quella classe si urlava un po’ troppo. Così anche lei alzava la voce per azzittire. Non era prevedibile l’effetto della voce alta sulla classe. Però si accorse che quel modo di gridare e sgridare sfiniva. La grazia scappava e restava la sorda impotenza di non riuscire a fare ascoltare quelle letture, quei testi appassionati che come immagini si materializzavano tra le scene del palcoscenico. Alcuni giorni sua madre, sentendola, veniva a farle visita, e lei sommariamente spiegava il motivo del suo inquieto procedere. La classe era indifferente e non mostrava interesse nei confronti dei testi recitati. Vi erano giorni in cui accadeva un vero capovolgimento e ogni componente della classe portava legna al fuoco; restava in silenzio e ampliava lo spazio di ascolto. La scena perdurò, con qualche variante, per anni come teatro à côté de l’école. Quel nome le piacque immediatamente e quello rimase per molti spettacoli svoltisi durante la frequentazione delle classi elementari e negli anni a venire. La scuola era sempre stata un teatro per Lei. Una farsa. Una commedia. Una tragedia che si svolgeva in silenzio. Un indottrinamento. Un campo di forze. Un luogo di incontro. Uno spazio più ampio di casa sua. Un testo da evolvere in seguito con la propria fantasia.

Un pomeriggio di sole. La camera è inondata di luce, Lei si guarda in uno specchio lungo e vede una ragazzina meticcia. Un incrocio di pelle scura e chiara, gialla e rossa… I capelli si specchiano in una difformità straniante: chiari e scuri, ricci e lisci… Ride mostrando i denti bianchi e crede di essere una aliena. Di quale mondo si tratta il suo? Non lo sa. Non può saperlo. Se lo sapesse saprebbe di avere una appartenenza. A Lei manca questo aspetto. Non ha tribù o forse non ha ancora trovato somiglianze che perdurino nel tempo. Lo specchio le offre una nuova scena e recita alcune parole messe insieme da lei stessa.

Chi dovrei essere io non lo so
chi non vorrei essere io lo so
non capisco però chi sono
a un tratto una voce
dentro si dispiega
mi dice di non cercare
mi indica di non essere

un balzo può essere
un piccolo volo
per colei che ha ossa
piene e peso di nervi
una gioia senza attesa
può essere la linfa
che riprende a scorrere

Sipario. Chiude lo sportello con specchio dell’armadio. Qualsiasi situazione imposta dal vivere o anche di propria scelta per Lei è una recita. Non più fingere di o essere chi, ma vivere è un alternarsi di personaggi che pulsano dentro per uscire. Lei trascorse il suo periodo terreno portandoli fuori per il mondo. Questi personaggi avevano caratteri difficili. Caratteri che non si riuscivano a contenere. Per esempio: una sera, a casa della Zia, ne venne fuori uno ridente e festaiolo, ma dopo circa una mezza ora si adombrò, e usando un altro linguaggio parlò – o recitò – parole dai suoni duri a cui tutti/e reagirono con sbigottito timore. Quasi nella convinzione che la povera Lei fosse vittima di un attacco di follia. Lei seguiva il suo personaggio fino alla fine.

Si chiese ancora chi fosse Lei se tutti quei personaggi le stavano dentro. Quale unità non è costituita da più parti? Il non omogeneo, il discordante, il contraddittorio, il conflittuale, il disarmonico contribuivano a increspare le acque. E l’unità era un principio incoerente. Aristotele parla di unità riguardo l’azione, il luogo, il tempo. Lei comprendeva l’esigenza di inizio-svolgimento-fine tra l’alba e il tramonto e senza allontanarsi dal luogo, ma solo ai fini di un esercizio. Un esercizio che racchiudesse l’intera vita in una giornata. Una densa rappresentazione il cui inizio è da ricercare in uno scarabocchio, lo svolgersi in una fune che dondola tra due alberi, la fine in una tenda che si chiude. E se non bastasse: il luogo lo si potrebbe continuare a cercare, il tempo non ha più importanza.

 

frelen

 

 

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