Come in un giardino la vita
Entrare nel giardino è vivere
Quali maestà si compiono sotto i nostri passi
Lavarsi la faccia con la terra
Alzare lo sguardo con pazienza
Dimora di tutti i tempi
Racchiuso ciclo vitale
Resurrezione
Figlia del Vento
In famiglia qualche componente avrà amato o considerato nella propria vita i fiori per nutrire il desiderio di chiamare la propria figlia con il nome di uno di essi.
Per me, i miei genitori, hanno scelto Anemone. I miei genitori sono state vittime di un incidente per un fatale tiro della sorte o se si vuole dire della stessa vita. Prima di morire mi avevano raccontato che quando nacqui, in una località marina della Calabria, un forte vento scuoteva la vegetazione e tutto ciò che incontrava al suo passaggio. Mio padre voleva chiamarmi Figlia del Vento, mia madre sintetizzò con il nome di un fiore, Anemone: dal greco Anemos che vuole dire vento, secondo il mito nacque dalle lacrime di Afrodite versate per il suo amante Adone; era una ninfa della corte di Cloris, dea della vegetazione. Anemone era amata da Zefiro il vento primaverile e Borea il vento di tramontana che lottando tra di loro generarono tempeste. Cloris ne fu risentita e trasformò la ninfa in un fiore perpetuando il legame con entrambi i venti. Zefiro fa schiudere i suoi petali e Borea li disperde.
Mia madre amava i fiori non solo per la loro bellezza, ma per la loro originalità. Una originalità che tocca le sfere di una fantasia miracolosa. Condensate in un fiore lei leggeva le leggi dell’universo, la generosità di mondi che si offrono talora in luoghi e tempi in cui non ci si aspetterebbe di trovarli.
Me la ricordo: perfettamente china su un fiore a cogliere quell’intreccio di visibile e invisibile che altre persone intorno a lei non scorgevano. Mio padre – che l’amava – di lei amava quel suo modo di guardare i fiori e stava a osservarla come fosse lei medesima lo sboccio di una rara orchidea o di un fiore mai completamente conosciuto.
Non ho amato i fiori direttamente guardandoli coi miei occhi. Ho amato i fiori guardando mia madre compiere un atto di amore nei loro confronti. In molti dei miei sogni sono presenti infiorescenze di colori disparati e alcune mai viste in vita mia, se non nei sogni. È probabile che ne elabori forme e sostanze al punto da inventarne.
Quando non sogno ritorno nel mio giardino a occuparmi di piante, arbusti, cespugli che un giorno probabilmente fioriranno. Ci sono molti rischi e imprevisti perché possano non fiorire, ma io cerco di arginare qualsiasi impedimento. Preservo, curo, coltivo, resto in ascolto, ripongo fede, in un solo verbo: amo.
Ho costruito buona parte della mia vita per acquistare un giardino e dedicarmici come fosse una divinità. Ma in ogni giardino la divinità è presente. Per acquistarlo ho dovuto vendere l’intera eredità dei miei genitori e creare da ciò una sorta di attività per sopravvivere.
Dopo due anni circa dall’acquisizione del giardino ero letteralmente nelle ultime ristrettezze economiche, nel senso che ancora sette giorni – li ho contati – e non mi sarebbe rimasto un solo centesimo.
Non volevo vendere il giardino. Mi venne l’idea di farlo diventare uno spazio visitabile. Lo aprii al pubblico come l’opera che si mostra. Non so dire se per me fu esattamente così, pero così feci. Mi prodigai a eseguire le parti burocratiche per mettere in pratica questa idea, e infine realizzai che in certi orari il giardino sarebbe stato percorribile e aperto a chi volesse entrarci con una simbolica quota da versare. Per me era magnifico potere vivere di quello che facevo, di una mia occupazione che non mi stancava di rendermi occupata. Mentre piantavo dei semi provavo una gioia immensa, e quando spuntavano le piantine qualcosa di incontenibile testimoniava la forza, l’energia della crescita, della forma che si innalza, della vita instancabile. Ma più ancora mi sorprendevano quei fiori spontanei che non ricordavo di avere mai piantato in nessuna stagione. E quei rampicanti tenaci. Nascevano e crescevano per stupirmi anche piccoli alberi nati da un nocciolo sputato sul terreno dopo avere assaporato la polpa di un frutto. Percepivo il ritmo della vegetazione come se lo ascoltassi e lo vedessi registrato in un elettrocardiogramma. Che in quel giardino vi fosse una melodia?
Del giardino, quando era chiuso al pubblico, ne sentivo il respiro. Ogni foglia, ogni radice, ogni propaggine non era indifferente parte o corpo di materia inerte. Arrivai a pensare che piante e alberi di quel giardino conoscessero i miei pensieri. Poi compresi, così mi parve, che piante e alberi di me conoscessero elementi considerandoli diversamente dall’umano. Per esempio: umidità, odore, luce, secchezza, liquidi, peso… e ancora mi parve di afferrare la certezza che loro mi conoscessero in un altro modo. Non c’erano più i pensieri. C’era qualcosa di intimo, umido, nascosto. Un segreto. Quel mistero che ci portiamo dentro. E in qualche modo loro lo conoscevano.
Lavorai instancabilmente per piantare alberi, piante che stagionalmente fiorivano colorando lo spazio come estensioni di stati d’animo, ma allo stesso tempo lasciai spazi come erano, non ostacolai alcune crescite e selvatiche composizioni, mi affacciai a quel luogo fino a entrarvi.
Tutte le volte che vivo lavorando nel giardino ho la precisa sensazione di addentrarmi in qualcosa fuori da qualsiasi possibilità umana e di sentirmi accolta in un luogo amato. Ascolto la lezione.
Non è solo l’emozione che si irradia in me, è un ascolto silente che solo lì mi riesce di compiere.
I linguaggi apparentemente sono tutti diversi, ma ve ne è uno che traduce il senso della vita, anzi dovrei dire non il senso con il significato che solitamente gli conferiamo, quindi un senso che può davvero non avere nessun senso poiché noi in fondo il senso della vita non lo conosciamo. L’unico senso potrebbe essere quello di viverla. E qui a raggiera si aprono le domande. Nessuno/a sa meglio delle piante cosa voglia dire vivere la vita.
Ho incontrato Jorn de Précy per caso, nella libreria a casa di mia figlia. Il libro che mi è stato prestato è E il giardino creò l’uomo, ne riporto qui una pagina perché le sue parole possano arrivare a chiusa di questo racconto. Ogni chiusa è poi inizio…
«[…] il giardino è sempre in movimento. Senza posa modifica le sembianze sotto l’effetto del vento, del sole e delle imprevedibili peripezie della vita. Proprio come voi e me. Questo flusso vitale ininterrotto è ciò che i saggi cinesi chiamavano Tao, la Via. Tutto è nel Tao […].
Il tempo del giardino è dunque quello della vita. Non ci spinge in avanti, come il tempo meccanico che ormai governa le nostre esistenze, perché un vero luogo ci radica sempre nel tempo presente, qui e ora. Non vi sono scopi da ottenere, né obiettivi da raggiungere, perché la vita ha un solo fine: se stessa. E lo stesso la bellezza, che nasce costantemente dal processo vitale. All’opposto del sistema capitalistico, che necessita di una crescita costante per sopravvivere e che richiede sforzi infiniti agli uomini che vi sono sottomessi, il mondo naturale cresce spontaneamente e basta a se stesso in un lento, dolce eterno presente. Questa è la lezione del mondo vegetale. Ritrovare questa vita, la vera vita, e questo tempo della natura che è anche il nostro vero tempo, il tempo che conosce il nostro corpo animale: ecco cosa ci spinge ad aprire il cancello di un giardino e a entrarvi, ogni volta come se ci accingessimo a entrare in un mondo a parte sepolto dentro di noi. Questo è il dono del giardino.»
frelen
