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Il ciclo delle acque. Alla circolarità che non tralascia. La circonferenza nella quale vi sono i contenuti.
Al romanzo di Elsa Morante nel quale il nome di battesimo della madre andalusa è Aracoeli.
A mia madre che doveva chiamarsi in un modo e invece è stata registrata con un altro nome e poi chiamata per tutta la vita con un abbreviativo contenuto in entrambi i nomi.
Alla sostanza delle cose che lasciano il proprio segno nell’invisibile più forte di ciò di cui ci accorgiamo.
Alla terra e al cielo. La terra amata da noi nel modo umano peggiore in cui domina l’urgenza del possesso. Il cielo che consideriamo troppo lontano.

 

 

Noi evaporiamo

 

Mia madre stava spesso a guardare il vuoto. Per anni ho sempre creduto che lei ponesse lo sguardo nell’inafferrabile vuoto. I suoi occhi non avevano direzione. La sua bocca si serrava come la chiusura a scatto di certe scatoline per poi dischiudersi fino alla meraviglia. Le mani, in alcuni momenti, le penzolavano prive di vita. Nelle pause dei suoi lavori lei correva ansiosa fuori e guardava: priva di orizzonte o più che mai osservava proprio quello. Un orizzonte invisibile che solo a lei si mostrava. Avrebbe potuto esserci un muro davanti i suoi occhi o un giardino fiorito, il suo sguardo restava immutabile.

Dal decesso di mia madre sono trascorsi nove anni. Anni in cui mi sono successe svariate cose, ma gli accadimenti maggiormente significativi alla luce del mio odierno considerare sono gli impercettibili pensieri. Ho provato a esplicitarne il contenuto con qualche amica. Nell’enunciare tali pensieri la loro sostanza si smaterializza e non ci si ritrova sul contenuto e sul proseguire l’indagine. Sono pensieri difficili perché non possono essere dimostrati né possono essere analizzati troppe volte. Mi hanno sussurrato che ci sono misteri che vanno assunti come tali e che mia madre era una sacerdotessa.

Alla prima pausa tra un lavoro e un altro mia madre levava – poneva – il suo sguardo alla terra. Si accorgeva di volta in volta che dal suolo ai monti, dal fiume al mare, dalle valli alle strade, dalle campagne ai giardini, dai postriboli ai condomini, dai castelli alle chiese, tutto è la terra. Indietreggiava impercettibilmente con la fronte mettendo il mento leggermene in avanti, e aspirava qualsiasi odore che in quel momento arrivasse dal suolo. Restava muta. E ripensando bene, qualche volta le sue labbra compivano leggeri movimenti per accompagnare un mormorio che le saliva da tutta la sua persona. Lo compresi dopo anni il significato di quel bisbiglio.
Mia madre ringraziava la terra. Ringraziava la terra perché in quella giornata aveva raccolto le patate, la cicoria, l’insalata… e aveva cucinato e condito per il pranzo e anche per la cena.
Mia madre ringraziava per l’odore che respirava, perché nel terreno radicavano piante e alberi il cui odore l’avvicinava all’estasi. Ringraziava la terra che le permetteva di poggiare i piedi sul suo corpo. Ringraziava la terra per la munificenza della quale farne nutrimento.

Al cielo mia madre si rivolgeva in altro modo.
Conosceva poco quella cupola che ci fa da tetto e ci fa contemplare le stelle e l’illuminata luna.
Con il tempo si accorse che molti umori della terra e tanti fatti che da noi avvengono – per così dire evaporano – hanno una risposta lassù per poi schiantarsi in tutta la loro risoluzione in terra.
Lei mi disse più di una volta di tenere presente il ciclo dell’acqua la cui origine parte dalla terra e qui ritorna a farsi cerchio e continuazione. È necessario un fattore per muovere il tutto. Il sole.
L’intero ciclo idrologico non potrebbe essere un ciclo qualora non intervenisse l’azione del sole. Tale divino astro riscalda l’acqua in qualsiasi forma essa sia contenuta. Anche noi – la nostra componente liquida – evaporiamo per poi condensare a una certa altezza del cielo. Tante gocce di acqua che ravvicinate formano le nuvole. Quando le gocce raggiungeranno un peso eccessivo precipiteranno sulla terra sotto forma di pioggia, neve, grandine a seconda della temperatura che incontrano. L’acqua ritorna alla terra nei laghi, fiumi, mari, in noi, nel terreno fino a infiltrarsi nel sottosuolo alimentando le falde acquifere. La spiegazione di questo ciclo insostituibile mi avviò a considerazioni che intensificandosi in varie direzioni confluivano in una domanda.

Il sole, fra circa cinque miliardi di anni, compirà il suo percorso evolutivo e si spegnerà. E tutto sarà spento. Clic. La vita è una trasformazione?

Un pomeriggio di autunno, mi trovavo a casa, seduta a leggere Aracoeli di Elsa Morante e una folata di vento fa il suo ingresso dal balcone. I fogli, che quasi sempre mi seguono in ogni spostamento sia interno o esterno alla domus o insula, si sparpagliano per terra. Nel raccoglierli da terra per metterli a posto hanno preso un ordine che non gli avevo conferito. Riconsidero come sistemarli, tenendo presente che l’imprevisto, il caso, il vento hanno compiuto un nuovo assetto. Trovo davvero interessante questo intervento inaspettato e non riesco a rimetterli in ordine nel precedente modo. Allo stesso tempo non posso neanche lasciarli come li ho raccolti da terra. Mi rimetto a un diverso ordine. Esco fuori dalla stanza e noto che mia madre non c’è; neanche in casa è presente. Trascorro qualche ora senza pensarci fino a tarda sera. Mia madre ha rifiutato alcuni strumenti tecnologici e resta, in tali casi, una persona irreperibile. Lei afferma che il suo tempo è un tempo diverso. E dice che non le piace essere riportata di continuo al tempo del fare le cose, degli appuntamenti, delle date e degli orari. Qui in paese, mia madre è considerata una persona strana e anche di una specie non catalogabile. È una donna, e sembra un uomo. È colta per avere iniziato a leggere fin da piccola, e mostra una primitiva ignoranza. È bella, e appare perfino mostruosa. È una di quelle persone che disorienta coloro che cercano nella loro vita, la stabilità. A lei è sempre mancata la stabilità, anche quando cammina la sua andatura vacilla alla ricerca di un equilibrio per continuare il cammino.

Quella notte mia madre non ritornò a casa. La primissima luce dell’aurora – tra notte e giorno – fu il suo momento di arrivo. Aveva trascorso la notte all’aperto nel ringraziamento rivolto alla terra. Aveva il corpo bagnato, coperto di fango e il viso fermo in una espressione che non le conoscevo.
Non parlammo. I nostri silenzi ci collegavano ai misteri di cui non eravamo capaci di parlare.
Dopo ore mi guardò attentamente, e con estrema gentilezza mi rivolse queste parole:

Sono evaporata in cielo e sono ritornata in terra, ho capito che nel cambiamento di stato la sostanza non cambia, se evapori veleno, veleno ti ritorna

Dopo anni dalla sua morte ho intuito l’ampiezza e la precisione di una corrispondenza
il vuoto che permea dentro di noi
la relazione che intercorre tra la terra e il cielo

che noi evaporiamo.

frelen

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