Ancora un dialogo da La peste o la diversità di resistere. A momenti stringato, a momenti più narrativo. In questo testo l’immobilità sembra portare grandi cambiamenti, veri ribaltamenti nei corpi in scena. L’equilibrio dove si trova? solo nel cercarlo che si stabilisce un equilibrio? per poi sospenderlo nel vuoto? Domande che si sovrappongono. E non tanto per indagare, ma perché le stesse parole costituiscono le domande. Come considerare la libertà, quando sappiamo di essere condizionate/i da innumerevoli situazioni e atti di sopravvivenza sociale. Cercare la libertà nel sovvertimento delle abitudini che ci impediscono di accogliere il più minuscolo granello di un altro materiale. Il rifugio nell’abitudine. Occorrono atti nuovi per accedere a un cambiamento. E che non siano finti! Nelle ultime battute si capisce che qualcosa di molto poco piacevole è accaduto a Dirupo. Mistura tenta, e quasi riesce, di condurre la memoria di Dirupo in quella difficile situazione, in quel vissuto che non vuole venire fuori. Lascio, al momento, coloro che leggeranno con una domanda in cui risulta importante capire cosa e per chi sia grave quella cosa.
Atto secondo
Di colpo si sentono dei suoni forti di lamiere, di oggetti percossi, di grida. C’è tensione nell’aria, le luci dovranno abbassarsi fino al buio completo. All’apertura del sipario, i personaggi rimarranno pietrificati. La musica ricreerà il movimento come fosse la vita. Quale musica potrà essere ascoltata? Come una musica mai ascoltata prima! Ognuno la ascolterà con stupore. Non voglio indirizzare lo spettatore/la spettatrice verso emozioni di riflesso, vorrei si scaturisse una sorta di stupore affinché ognuno/a possa cogliere un morso della sua stessa carne. Partirei da suoni pesanti, da colpi sconnessi, da rumori che fanno fatica a divenire, suoni, tanto non si legano a niente. Dopo alcuni minuti, sempre al buio, un fiato (potrebbe essere un clarinetto) suonerà come se strillasse in un pianto sincopato. La scelta della musica è di fondamentale importanza e da provare in scena. Improvvisamente l’urlo di Mistura.
MISTURA: (A voce altissima, urlando) Che succede? Quale strazio è mai questo? Aiuto mi sento male, ho male dappertutto. Non vedo più niente.
DIRUPO: Ahi che dolore alle gambe! Sento un trambusto smisurato e la tua voce lontana.
MISTURA: Siamo soli? che sia una burla? Nascere-morire, inezie nell’incontenibile universo. Tutti gli affanni del mondo, una lacrimuccia nel grande mare. (In questo tempo la musica è quasi cessata del tutto. Una luce accecante illuminerà a turno i personaggi).
DIRUPO: Perché anche la luce fa tanto male?
MISTURA: Mi è parso di cogliere un segno.
DITUPO: Un segno?
MISTURA: Sì, sì un segno e non lo nomino in un altro modo.
DIRUPO: Un segno come una traccia da parte di chi, di che cosa?
MISTURA: Ah tu chiedi troppo! Io non posso dare risposte.
DIRUPO: Ipotizziamo allora: potrebbe essere un segno da parte di coloro che passarono prima sul carro?
MISTURA: Potrebbero essere loro, allo stesso modo potrebbero non esserlo.
DIRUPO: Siamo al punto di prima. Il punto che non potrà mai essere, punto.
MISTURA: Allora continuiamo a dire finché sentiamo la necessità di dire.
DIRUPO: Mi sa che sia meglio il silenzio.
MISTURA: E cosa faremo? Ce ne stiamo zitti per ore o che so io per giornate intere?
DIRUPO: Per me potrebbe andare bene. Anche questa è libertà.
MISTURA: Libertà, libertà e ancora e sempre la così tanto menzionata libertà. Come se a furia di invocarla la si potesse vivere. A forza di scriverla sui muri, sui libri, sui giornali, nei carceri, nei cessi… di pronunciarla in tutti i comizi, le adunate, le assemblee pubbliche e private e in ogni dove inimmaginabile la libertà è volata.
DIRUPO: Volata? dove? perché? quando? come?
MISTURA: Capita di sentirsi liberi in alcuni momenti inaspettati.
DIRUPO: La libertà è estremamente fragile. La libertà è grandemente forte. La libertà è sconosciuta ai molti, ma ciò noi non possiamo saperlo con sicurezza.
MISTURA: Se ci sono scelte potrebbe esserci libertà. Si può scegliere anche di non avere libertà?
DIRUPO: Tutto è possibile e io non ho il movente, (ci pensa un attimo e giocando con le parole…) il mordente, il momento, il morente o non ho il coraggio.
MISTURA: Bel duetto, libertà e coraggio!
DIRUPO: Non si tratta di duettare, si tratta di compiere atti nuovi, sovvertendo l’abitudine.
MISTURA: La cara vecchia abitudine che ci accompagna durante la vita?
DIRUPO: Proprio quella, e per andare in un cammino inverso ci si deve appellare al coraggio.
MISTURA: Mi sta facendo paura la parola, coraggio.
DIRUPO: Animo, animo fatti coraggio. C’è un acuto bisogno di coraggio e non di paura.
MISTURA: Va bene, (con entusiasmo) rischierò, mi butterò anima e corpo in un cambiamento sradicato dalla mia personale o collettiva abitudine.
DIRUPO: (Di colpo gli viene in mente un ricordo del passato, il quale passa come un lampo in cui si vede tutto con eccessiva velocità. La forte luce che può rendere ciechi. Il tentativo di raccontare con le parole un ricordo del passato che non è ancora tale perché non è concluso. La difficoltà è emotiva.) Sono disteso su un letto bianco. Le lenzuola odorano di disinfettante. Io stesso sono disinfettato. Il corpo è tutto ciò di cui si occupano. Non mi è visibile chi è presente, chi si muove, chi esegue azioni, chi mi vede…
MISTURA: Continua il racconto anche se non ti è chiaro.
DIRUPO: Chiaro? Con tutto quel bianco mi pare tutto troppo chiaro. Al punto che mi pongo le mani davanti agli occhi per ripararmi. Mi sembra di ricordare di essere collegato a qualche macchina, non sono autonomo nel respiro, nell’espellere i miei rifiuti, nel pronunciare una parola, nella necessità di esprimere il mio pensiero.
MISTURA: Chi ti costrinse a trovarti lì dove ti trovi?
DIRUPO: Lo ignoro. Solo a ricordarmi mi sento male.
MISTURA: Qualsiasi cosa sia successa, pare possibile che ti stiano curando per qualcosa di parecchio grave.
DIRUPO: Sai cosa è veramente grave?
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