Alcune battute tra due personaggi di un testo, a mio parere, di difficile definizione, si va incontro – e spesso – a forme di incoerenza per le quali mi pare di sentire che allora ci sia qualcosa di vivo e non di definitivo. A rileggere oggi da quando l’ho scritto non c’è nulla di fermo, anzi sussiste perfino troppo caos, ma è così che ho pensato di lasciarlo
La peste o la diversità di resistere
I personaggi di questa opera non sono né necessariamente uomo né necessariamente donna; come gli angeli non hanno la necessità di appartenere a niente altro, perché è tutto compreso nell’essere angeli o nel nostro caso nell’essere chissacosa. Useremo il maschile o il femminile in accordo al genere del nome, quindi per convenzione grammaticale: il femminile per Mistura e il maschile per Dirupo. In altri casi è stato usato il maschile come fosse un genere neutro per non appesantire le battute.
Mistura è magra, con un corpo intrecciato come un tronco di albero; si veste molto spesso di panni di colore marrone e una vecchia cintura intrecciata con molti fili di vari colori da cui emerge inequivocabilmente il colore viola.
Dirupo è mutevole, a volte sembra pesante nel corpo, si sposta con gravità e lentezza; altre è esile, elastico, inatteso, sbalza fuori dal vuoto e non si comprende dove voglia dirigersi; si veste con panni di colore nero e si confonde con la notte.
L’ironia è qualcosa di difficilmente trovabile, in quanto instabile e senza punti fissi. Quando si raccontano aneddoti, episodi, fatti considerati divertenti, ironici, buffi, comici potrebbe capitare che qualche ascoltatore si metta a piangere, e non per il troppo ridere. Tuttavia il tono del dialogo dovrebbe attingere dall’ironia, in una sorta di soglia continua tra il buffo o forse grottesco e il tragico.
Sipario
Atto primo
Musica di sottofondo ancora da ascoltare, decidere (…? Marcia militare di stile germanico: Ein Zwei Drei …)
La scena piuttosto semplice e primitiva senza elementi decorativi, vi potrebbe essere una statua di propria invenzione, riferimento preciso e incontrollabile al nostro passato? Ci dovranno essere dei sassi, alcuni grandi, e altri di piccole dimensioni per essere presi in scena.
MISTURA: (In piedi, rivolto al cielo e poi verso la terra, e ancora cielo, come una invocazione) Che il pensiero mi guidi o la musa mi invada nella forma più incosciente di mia scrittura! Sto cercando di fare il vuoto dentro di me. Soltanto che è difficile e non ci riesco. Dico che vorrei rovesciarmi addosso del colore, tanto da uscire da me stessa e dire qualcosa. Magari non vi sono interessati e interessate a me, non si sente una sete per conoscere chi dice e soprattutto per ciò che si immagina. Si abbozzano parole, per lo più inutili, su molteplici questioni, pensieri, argomenti, problemi, discussioni e non si comunica oltre al fico secco. Già il solito fico secco.
DIRUPO: Il fico è un albero antico, perfino biblico, per questo viene citato?
MISTURA: Non lo so se per questo o per altro che viene citato, forse si dice così perché… ha foglie… delineate e… belle.
DIRUPO: Allora dovrebbe dirsi un fico e basta.
MISTURA: Il secco conserva, ha già perso tanto della sua trascorsa vita che si è disfatto perfino dell’acqua.
DIRUPO: Dunque è morto!
MISTURA: (Si getta per terra e mette un orecchio al suolo) Vuoi gettarti con me per terra e ascoltare cosa si sente? Io sento cose diverse… e poi non capisco, in questi ultimi giorni, se anche gli altri sentano quello che io sento.
DIRUPO: (Si getta anche egli per terra e come Mistura mette l’orecchio al suolo) Che silenzio! Questa sì che è vera quiete.
MISTURA: Che scherzo mi fai? Ci sono voci di canto lirico, e poi quel coro di voci bianche che risveglia in me una tristezza da lacrime. Per non parlare dei rumori che si sentono, rumori del quotidiano logoro e ripetitivo come quei gesti di cui si perde il significato, che tutti compiono in modo meccanico, automatico.
DIRUPO: Ti dico e ti ri-dico che io non li sento, forse non ascolto abbastanza o non metto bene l’orecchio. (Riprova mettendosi steso su un fianco con un orecchio al suolo) Sento di non sentire nessun suono.
MISTURA: Cosa senti? Riprova, non distrarti a pensare di sentire, stai lì e basta! (Aspetta un po’ prima di parlare) Allora cosa senti?
DIRUPO: Un fico secco!
MISTURA: E che suono ha un fico secco?
DIRUPO: Ha il suono del nulla lontano e vicino, ha l’eco di tutto quello che non so e ciò di cui non conosco il nome, mi attraversa nella sua incorporeità, e dopo … mi fa vedere l’albero, le sue foglie in relazione con l’aria, con gli insetti, con le nuvole… vedo anche i frutti, porcellane rare per l’intrinseca raffinatezza… nella forma, nella forma…
MISTURA: Che tu abbia le visioni dall’orecchio o all’orecchio?
DIRUPO: Perché devo per forza vedere con gli occhi?
MISURA: No, no, no, non dico di vedere con gli occhi per forza, dico che tu vedi con l’orecchio. E io non riesco a farlo. (Si sente triste, vorrebbe piangere e quasi si predispone per liberarsi, piangendo, dalla tristezza; ma non riesce a piangere).
DIRUPO: Credi che mi diverta a sentire o a vedere con l’orecchio? Puoi immaginare quello che sento io? Potremmo stare ore qui, distesi al suolo e forse capiremmo che ognuno sente in un altro modo. Perfino le figlie, i figli li chiami così perché li hai generati, non sentono quello che senti tu.
MISTURA: Ah beh questa è la cosa migliore!
DIRUPO: Che i figli e le figlie sentano diversamente o che ognuno sia un mondo?
MISTURA: Che i figli e le figlie sentano diversamente dai loro genitori è necessario altrimenti si chiamerebbero, duplicazioni: duplicazione 1, duplicazione 2, duplicazione 3, duplicazione 4, duplicazione 5, duplicazione 6, duplicazione 7… (conta solo i numeri in maniera automatica, perdendo i toni e rimanendo sullo stesso tono impersonale) 8-9-10-11-12-13-14-15-16-17-18-19…
DIRUPO: (Prendendo la parola velocemente, dopo gli ultimi numeri pronunciati) I genitori potrebbero essere la prima esperienza, la parte che ci sostiene come un osso, la conoscenza che ci lega all’infanzia, la cellula dalla quale si parte… e sono anche spazzatura, immonda paccottiglia di cui ti porti dietro il tanfo.
MISTURA: Siamo animali che non vogliono imparare, neanche dalla vita abbiamo imparato.
DIRUPO: Gli animali che fanno?
MISTURA: Gli animali mollano la progenie al punto culminante della loro vita.
DIRUPO: Bravo, sei proprio nel filo dei miei pensieri.
MISTURA: Non sono nei tuoi pensieri, è che sono nel grande pensiero.
DIRUPO: C’è un grande unico pensiero cui collegarsi, e io non lo sapevo?
MISTURA: Non lo so, comunque è un pensiero che non è un pensiero come i nostri. È un comportamento naturale.
DIRUPO: Ogni volta che si parla di naturale si diventa innaturali.
MISTURA: Lo capisci quanto sia difficile o impossibile mantenere un contatto con la natura, per esempio lavorando in una fabbrica? Alla fine o all’inizio della tua giornata ti chiedi cosa è nel tuo corpo che fa così male poiché il corpo non lo senti più.
DIRUPO: Sono anni che ho salutato il cosiddetto mondo, e sono ancora dentro questo mondo. Anche da un’altra angolazione ne faccio parte. Racconto con parole piccole o grandi – chi può dirlo – emozioni, e se nessuno mi vuole ascoltare per paura di questa avventura io taccio per un po’ e poi chi lo sa…
MISTURA: (Giungono suoni di campanelli e corni, l’atmosfera è trasognata tra la realtà e l’incubo, si udirà il suono delle ruote del carro e si vedrà o si intuirà il passaggio di un carro) Guarda cosa si vede in lontananza… penso sia il carro degli appestati.
DIRUPO: È il carro degli appestati? li chiamano così e non sono neanche ammalati di peste?
[…]
frelen
