Trentaquattresima pagina Piccole confessioni o omissioni

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Lo capisco che per colmare qualcosa dentro si fanno cose per cui dopo si sta ancora peggio. In una prima analisi sembra di dovere riempire un vuoto creatosi dentro il proprio corpo. Non è precisamente il vuoto che ci spinge a superare alcuni limiti naturali immettendo nel corpo quantità ingovernabili di cibo, di alcool, di sostanze stupefacenti; a renderci ingorde/i di rapporti sessuali; a strafarci di lavoro, di azioni e di efficienza continua, esasperata, senza volere ammettere che anche lavorare ininterrottamente è una grave dipendenza. Non sappiamo vivere in maniera indipendente.
Sono ritornata da poco a casa dopo essere stata al cinema a vedere: Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch e ho inevitabilmente pensato ai rapporti familiari personali sia con la mia famiglia di origine sia con la mia famiglia generatasi nel mio utero.
Nel film, la verità è come rimodellata prima di essere espressa in una qualche forma. Le omissioni tengono coerentemente possibile il legame con un padre – nel primo episodio – e con la madre – nel secondo – compiendo, figlio e figlie, sporadiche visite ai rispettivi genitori e comportandosi come ospiti occasionali. Tutto è fin troppo educato e non si eccede nel raccontarsi vicendevolmente. Si sa a priori il tema della conversazione che si svolgerà e tutto ciò di cui si occupano nelle loro vite, nonostante qualche avanzamento di carriera o qualche parentesi in cui si accenna a qualcosa di più personale senza mai approfondire.
Il silenzio si accende come un sintomo del disagio, non è mai vissuto con tranquillità e dilata il tempo anche quando trascorrono pochi minuti. Si avverte l’imbarazzo e la situazione assume una valenza di formalità. L’affetto o meglio l’amore è il perenne intrappolato. Mi ha fatto pensare ai miei genitori, a quel modo doloroso di non potere dire le cose, alle piccole torture che solo la famiglia sa dispensare. Cosa direbbe Pier Paolo Pasolini? La borghesia ha svuotato la purezza nella famiglia rendendola un luogo finalizzato ai consumi?
Nella terza parte, un fratello e una sorella gemelli riprendono il legame con i loro genitori defunti ritornando nella loro casa e conservando in un garage le loro cose. Qui si parla di più, con maggiore naturalezza. Conta la loro più giovane età? Il loro modo di considerare la vita? Il fatto di essere gemelli? Il fatto di non rapportarsi in presenza con nessuno dei loro genitori ma con il ricordo di essi?
Ci si deve dare un colpetto per assumere un’aria di pseudo-festa, e allora si brinda con quello che si sta bevendo: acqua, tè, caffè. Brindisi presenti in ogni parte del film come l’orologio Rolex che ritorna  puntuale ora in un polso ora in un altro.
I passaggi di skaters in ognuna delle tre parti della proiezione sono un fluire delle storie in apparente opposizione con la lentezza di alcuni dialoghi e pesantezza di certi movimenti e comunanza di contenuti che diversamente si ripetono. È facile correre per le strade e compiere giravolte restando in una posizione di equilibrio, ma solo per un attimo si può pensare che sia facile. Perfino naturale si direbbe. Allenamento allenamento allenamento e divertimento per la gioia di farlo. Un implicito invito a scuotere l’energia e indirizzare un lavoro con se stessi/e.
Desolazione, e precisamente Desolandia è il luogo in cui si è soli e sole. Non ci si incontra. Si rimane nell’isolamento. È una condizione di chiusura, di tenere a bada i sentimenti, di puntare sul minimo contatto a distanza. Da un lato ci si tiene a tenere un legame con la propria famiglia – sia pure piuttosto formale – e poi essere incapaci di stabilire altro dall’estraneità nel gestire i rapporti. Non è però tutto così opposto perché il legame per quanto saltuario, imbavagliato e desolante resta pervicacemente in noi.
Non è il vuoto quale assenza. È una presenza assente che fa male e si vorrebbe colmare.
Ripartiamo dall’inizio.

frelen

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