Trentatreesima pagina Immobilità

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A chi legge, a chi non deve forzatamente festeggiare, a chi si concede nella solitudine la compagnia di sé…

Ieri, trentuno dicembre, sono ritornata a casa dal lavoro alle ore ventidue. La casa era vuota. Si sentiva ancora un sentore di calore lasciato dai corpi che vi erano stati prima. Odore di cibo cucinato e lasciato in una pentola. Tutto era per me. Io non ero per tutto. Non avevo considerato che il lavoro mi aveva spento qualche dinamica carica e voglia di fare – non so bene cosa.  Per tutto il giorno avevo invitato le Muse a trascorrere con me la serata dell’ultimo dell’anno, e magari la notte. Sicura di scrivere a oltranza fino al mattino. Grande libertà e felicità. Mangio il contenuto della pentola e assaggio qualcosa, ma non riesco a mangiare tutto quello che pensavo avrei mangiato. Bevo una birra e finisce che non apro neanche lo spumante che avevo acquistato per l’occasione. Non mi va. Sto letteralmente scoppiando. Mi siedo sul divano più morbido e lì comincia la mia immobilità. Totale. Invasiva. Sovrana. Inconfutabile.
Devo scrivere, penso, quello che mi sta passando per la testa. Devo? Non riesco neanche a muovere le palpebre, che adesso sono un portale per rivolgersi all’interno di me. Sono ferma per quanto il corpo lo consenta e mi stupisce ancora una volta la quantità di cose che mi vengono in mente.
Non sono in vena minimamente di fare ordine su questo ampio materiale. È un flusso. Libero. Caotico. Forse a tratti analogico, ma poiché lo lascio libero si sposta rapidamente e non posso intuire dove conduce. Appena mi sottraggo all’immobilità ho la precisa sensazione di compiere uno sforzo fuori dalla mie possibilità. Così muovo il braccio, e con la mano cerco di prendere gli occhiali per mettermeli. Rinuncio a questo atto e posticipo per l’esito perché ho la sensazione di compiere una grande fatica non necessaria. Non credo che la birra sia la causa del non potermi muovere e non ho preso niente che possa darmi un tale effetto. Mentre mezzo mondo è indaffarato intorno a preparativi e festeggiamenti, io sono paralizzata.
Questa è la mia festa. Sono da sola e immobile. La testa percorre tante miglia; è come se io viaggiassi per differenti luoghi.
Le Muse sono arrivate nella forma dell’oralità. Non scrivo. Non tengo in mente tutto quello che passa. Lo so, sarà impossibile – una volta spostatami da quella postazione – ricordarsi qualcosa da raccontare. No, è confuso, contorto, irriproducibile come certi sogni.
Mi arriva un messaggio al cellulare, e mezzanotte so già che è passata. Prima avevo sentito provenire dalle strade i suoni dei botti. Ora è silenzio fuori di me. Tutto è calmo. Qui dove abito: una notte ormai in cui le persone si sono ritirate dai loro divertimenti e probabilmente vanno a stendersi per riposare. Non guardo l’orologio.
È trascorso un anno. Non c’è vecchio e nuovo scandito perentorio. C’è la continuità del vivere.
Ci si augura, buon anno, desiderando che il nuovo anno vada meglio del precedente. Sappiamo però che i problemi che ci riguardano a livello collettivo non son certo stati risolti nell’anno appena trascorso, così il linguaggio è svuotato e non sa augurare, non sa profetizzare. Sappiamo che il personale è collegato al collettivo, anche quando ci sentiamo un mondo a parte dal mondo in cui viviamo.
Mi viene da pensare che abbiamo aggiunto peso di giorni, stanchezza dei corpi, chiusura delle menti e tanta abitudine ancora, anche se è appena cominciato l’anno nuovo da un giorno.
Dipende da noi cosa può diventare vero e cosa può restare falsamente diverso.

 

frelen

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